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      Crisi del Golfo

      L’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, e gli attacchi di ritorsione dell’Iran contro i paesi vicini del Golfo hanno provocato onde d’urto in tutto il mondo. Il costo umano complessivo del conflitto è difficile da prevedere, ma sarà certamente molto pesante. Nel frattempo, anche le conseguenze per l’economia globale derivanti dalle rapide oscillazioni dei prezzi dell’energia e dalla conseguente volatilità dei mercati finanziari sono state molto significative. Questi fattori avranno a loro volta un impatto rilevante sulle banche in Europa e nel resto del mondo.

      Il conflitto con l’Iran ha dunque reso la questione del rischio geopolitico per le banche europee, a lungo discussa in astratto, molto concreta. Si tratta di un’ulteriore dimostrazione di come le regole e le norme che in precedenza governavano le relazioni internazionali stiano subendo pressioni sempre maggiori. In questo contesto di accentuata turbolenza globale, le istituzioni finanziarie dovranno pianificare un ventaglio molto più ampio di scenari possibili, inclusi alcuni che in passato avrebbero potuto considerare impensabili.

      Pianificazione degli scenari

      La situazione attuale in Medio Oriente è fluida e in rapida evoluzione. Ciò significa che le banche devono considerare e prepararsi a una vasta gamma di scenari possibili. Questi potrebbero avere un impatto sulle banche attraverso diversi canali di trasmissione, tra cui i prezzi dell’energia, la volatilità dei mercati finanziari e i danni fisici al personale e alle strutture bancarie presenti nella regione. La Banca Centrale Europea (BCE) ha riassunto i principali modi in cui gli shock geopolitici possono riversarsi nei rischi finanziari e non finanziari che le banche devono gestire in un quadro sul rischio geopolitico pubblicato nel 2024.

      Molteplici canali

      Finora, il conflitto con l’Iran ha inciso sulle banche europee soprattutto attraverso i prezzi di petrolio e gas. Gli economisti hanno formulato una serie di previsioni su come questi potrebbero evolvere, a seconda della durata delle interruzioni alle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz e delle chiusure degli impianti produttivi nel Golfo. Un aumento prolungato del prezzo del petrolio porterebbe probabilmente a un incremento delle insolvenze creditizie, poiché sia le imprese sia le famiglie subirebbero la pressione di costi energetici più elevati. Potrebbe inoltre alimentare l’inflazione e influenzare le aspettative sui tassi di interesse. Parallelamente, la volatilità dei prezzi del petrolio potrebbe riflettersi sui mercati finanziari, esponendo i portafogli di titoli delle banche a rapidi movimenti di prezzo che potrebbero generare perdite laddove tali portafogli non siano completamente coperti.

      Al momento, le banche europee hanno registrato impatti moderati, poiché hanno operazioni limitate nella regione del Golfo e non dipendono in modo significativo da personale critico o da strutture che potrebbero essere a rischio di attacchi. Finora, inoltre, non sono stati segnalati aumenti degli attacchi informatici contro le istituzioni finanziarie europee nel contesto del conflitto attuale. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare, ad esempio se il conflitto dovesse intensificarsi o estendersi geograficamente.

      Futuri shock geopolitici potrebbero anche colpire le banche principalmente attraverso il canale del rischio operativo: ad esempio, in scenari di conflitto ibrido in cui le parti belligeranti ricorrono a sabotaggi (fisici o informatici) o fomentano disordini civili interni per esercitare pressione sui governi europei o ostacolare la loro capacità di agire sulla scena internazionale. Il vicepresidente del Consiglio di Vigilanza della BCE, Frank Elderson, ha sottolineato come un’interruzione operativa improvvisa possa danneggiare gravemente l’attività anche di una banca finanziariamente solida: in un discorso del 2025, Elderson ha citato l’esempio di una banca olandese che, pur essendo solvibile e liquida, è fallita nel 2022 dopo aver perso l’accesso ai propri sistemi informatici quando la società madre russa è stata colpita da sanzioni internazionali. In modo analogo, la presidente del Consiglio di Vigilanza, Claudia Buch, ha avvertito lo scorso novembre che “l’esposizione a fornitori esterni può diventare una vulnerabilità in uno scenario avverso di rischio geopolitico”.

      Resilienza

      Le crescenti tensioni geopolitiche sono destinate a persistere. Di conseguenza, anche le banche dovranno gestire i rischi aggiuntivi, sia finanziari sia non finanziari, che gli shock geopolitici possono comportare. Analizzare i possibili scenari e individuare i punti di vulnerabilità è un primo passo essenziale. Ma per essere resilienti ai futuri shock, le banche dovranno anche investire attivamente nel rafforzamento della propria resilienza. Ciò potrebbe includere il ricalibramento dei modelli di business per ridurre l’esposizione a settori o aree geografiche ad alto rischio, nonché la revisione delle dipendenze operative, comprese quelle da fornitori terzi. Inoltre, abbattere i silos interni e sviluppare capacità proattive e trasversali di gestione dei rischi emergenti (inclusi piani di risposta rapida per diversi tipi di scenario) consentirebbe alle banche di reagire in modo più agile a una futura crisi.

      Nessuno può sapere con certezza quando o dove si verificherà il prossimo conflitto economico o militare. Ma costruire resilienza oggi può fare la differenza per essere pronti ad affrontare le potenziali crisi di domani.

      Il rischio geopolitico nel settore bancario

      Il conflitto in Medio Oriente mostra che le banche devono investire nella resilienza contro gli shock geopolitici.


      Contatti

      Lorenzo Macchi

      Partner, Head of Financial Services and Head of Banking & Finance

      KPMG in Italy